Paradiso amaro (The Descendants) di Alexander Payne, con George Clooney, era senza dubbio attesissimo al 29esimo Torino Film Festival. Stiamo parlando del director di About Schmidt (che valse a Jack Nicholson la nomination all’Oscar come miglior attore protagonista) e Sideways (Oscar come miglior sceneggiatura non originale). In questo caso il divo eletto è George Clooney e il plot è tratto dal romanzo “Eredi di un mondo sbagliato” di Kaui Hart Hemmings. Ma non tutte le ciambelle riescono col buco. The Descendants è una ciambella senza buco, un bombolone sodo, un passo falso.

Matt King (George Clooney) è un opulento avvocato discendente dei reali hawaiani, sul quale grava la decisone di vendire o meno una sterminata spiaggia nelle isole più belle del mondo. In seguito ad un incidente in motoscafo, la moglie entra in coma irreversibile, e Matt si trova improvvisamente a dover fare ciò che non ha mai fatto: il padre. Scopre inoltre che la moglie lo tradiva, e dà inizio alla “caccia” all’amante, scoprendo altarini insospettati e insospettabili…

Nonostante il climax dell’intreccio (che ha dell’interessante), la vicenda si stira, si fa lamentosa, banale, prevedibile. A mezz’ora dal termine possiamo già intuire come andrà a finire. La dimensione emotiva rimane a galla, superficiale, piatta come una di quelle tavole da surf su cui Matt non sale da 15 anni, immobile come il pacifico mare delle Hawaii. Il nostro coinvolgimento, bramoso di un vero colpo di scena che non arriverà, tende allo zero. Svariati i minuti di troppo e, più di una volta, si invocano a gloria i titoli di coda. Superficialità dunque è il primo peccato imputabile.

Il secondo è la tendenza allo stereotipo. Nonostante nella primissima sequenza (con una letteraria e retorica voce fuoricampo di narratore interno) si affermi che le Hawaii sono un luogo come tanti altri sul globo terreste, dove, come dovunque, al di là del pregiudizio comune, si lavora e si fatica, Payne non riesce a staccarsi dall’immagine “formalizzata” dell’isola tutta collanine di fiori colorati, ukulele gracchianti, spiagge infinite da depliant turistico. Al limite del fastidio intellettuale, del prurito fisico. Difficilmente perdonabile la sviolinata patriottica hawaiana da vero americano “I have a dream” con frasi come “questa è la nostra terra, questa è la nostra gente e non l’abbandoneremo”. Ma non possiamo non aggiungere a questa Caporetto cinematografica due scene finali: le ridicole (e quasi comiche) dichiarazioni d’amore sul letto di morte della moglie, che sanno troppo di spot ad una nota canzone di James Blunt (Goodbye my lover, goodbye my friend, my pain, ecc.), e la picture idilliaca con tutta la famigliola, “in veste” da Mulino Bianco, riunita sotto una calda coperta di fronte alla Tv con gelato in mano (se erano popcorn era peggio!). Il tutto è condito da una colonna sonora di chitarrine e cantatine neomelodiche hawaiane.

In merito a George Clooney, una volta tanto mette da parte la sua aria da splendido cinquantenne bello e impossibile dimostrata in Ocean’s Eleven e nelle pubblicità italiane da coffee hour. Ma la parte affidatagli non gli è congeniale, così che stona, sfiorando il goffo. Clooney è commosso ma non commovente, muovendosi tra facce forzatamente dolenti e smorfie alla film dei Coen, con sopracciglio cagnesco alzato. Altra eco dei fratelli di Burn After Reading sono le ceneri sparse in mare, proprio come il Drugo faceva al vento ne Il grande Lebowski.

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COMMENTI

  1. Io ho sentito dire che è la migliore prova d’attore di Clooney…e che “rischia” pure di vincere l’Oscar (non per niente è in nomination…) anche se secondo me lo vincerà Dujarden per la magistrale interpretazione in “The Artist”. Mi pare strano che “una ciambella senza buco” sia candidata a così tanti Oscar?Non è forse un giudizio un po’ troppo severo?Io ne ho sentito parlar bene di questo film.Da questa recensione invece viene voglia di non vedere nemmeno il trailer (io il trailer però l’ho visto…anche se da uno spot non si può giudicare certamente l’intero film!)

  2. Già mi sapeva un po’ (tanto) di polpettone banalotto, ora la recensione me ne ha dato conferma.
    Nonostante la messe di premi a cui è candidato, credo proprio che passerò per questa volta.

  3. Ottimo film, grande George. Il recensore non ha capito un accidente.

  4. Anche io sono rimasta abbastanza delusa dal film, soprattutto ho trovato la sceneggiatura particolarmente brutta. In fondo George scopre un inaspettato legame con tradizione familiare e nazionale solo quando sa che dalla vendita ne guadagnerebbe l’amante della moglie (personaggio troppo orribile e monodimensionale tra l’altro). Un po’ facile come soluzione, e piuttosto discutibile. Per quanto riguarda l’interpretazione di George, altrove l’ho visto molto più in forma di così.

  5. uno dei più bei film del 2011. Può non piacere, ma parlarne così significa proprio non averlo capito..

  6. Torno ora dal cinema, e devo dire che in questo caso non mi trovo d’accordo con la recensione di Tom. Trovo, anzi, che The Descendants (il titolo italiano non voglio nemmeno nominarlo, tanto è stupido e fuorviante) sia un buon film, ben scritto, diretto e interpretato. Quella che tu scambi per superficialità, io la definirei sobrietà espressiva: a volte basta un gesto, uno sguardo per caratterizzare un personaggio, senza il bisogno che dica esplicitamente tutto di sé. Inoltre il film non mi è sembrato stereotipato, mi sembra invece che il profilo psicologico dei personaggi sia ricco di sfumature, e l’ambientazione azzeccata, con quel paesaggio stupendo, ma disturbato da un cielo sempre plumbeo. In tutto ciò, il brizzolato George troneggia, dubbioso, senza la consueta tracotanza e per una volta tradito e non traditore, e offre, a mio avviso, una delle sue migliori interpretazioni, dimostrando di saper uscire con disinvoltura dal proprio cliché.
    Condivido, invece, il giudizio negativo sul finale, davvero troppo conciliante, non tanto nel legame padre-figlie (molto riuscito quello con la figlia più grande, meno quello con la piccola), quanto nel rapporto con la moglie e con l’amante di quest’ultima (personaggi entrambi a mio avviso ripugnanti), all’insegna del buonismo più sfrenato, in cui tutti diventano immotivatamente buoni samaritani.
    In conclusione, magari l’Oscar per la miglior sceneggiatura è un po’ troppo (specialmente visto che era in gara Le idi di Marzo), però penso sia un film tutt’altro che da buttare, non all’altezza di Sideways, ma comunque tutto sommato soddisfacente.

  7. Mi trovo fortemente d’accordo con Davide, avendo discusso del film dopo la visione. Posso solo dire che non sono stato disturbato eccessivamente dal finale, conciliante sì, ma frutto di un percorso del personaggio che muta completamente dall’inizio alla fine. Trovo l’interpretazione di Clooney estremamente riuscita e profonda, pienamente all’altezza della nomination ricevuta. La forte dissonanza tra l’atmosfera paradisiaca del paesaggio, le musiche e i visi sorridenti della popolazione, cozza rumorosamente con lo stato d’animo del protagonista e contribuisce a definirne maggiormente il disagio e il dolore splendidamente reso da George, misurato e perfettamente nel ruolo. In definitiva il film è soddisfacente e pienamente meritevole dei premi ricevuti.

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