A Most Violent Year andrebbe commentato muovendo dal titolo originale, se non altro perché pregio del bel thriller di J.C. Chandor è quello di essere una history of violence molto attenta a dosare la violenza. Il most, di fatto, non è un must: per larghi tratti il brivido è minaccia fantasma e il gangster movie funziona col silenziatore. Ottimamente interpretato dal glaciale Oscar Isaac e dall’accalorata matriarca in erba Jessica Chastain, il film carbura lento e inizia col fiatone fuori campo del protagonista Abel Morales, grossista di carburanti, durante il tranquillo footing in una New York con le periferie costipate di rottami e i muri graffiati dai graffiti, prima di una tranquilla settimana di paura, col fiato sul collo, rispettivamente: 1) della polizia che indaga sull’azienda in espansione (rilevata anni prima dal suocero malavitoso); 2) di un affarista che sta per cedergli, purché il deposito sia saldato in tempo, una piattaforma decisiva per l’ampliamento dell’attività; 3) d’impuniti malviventi (organizzati?) che assalgono regolarmente e fanno sparire le autocisterne. Due le domande: chi ne uscirà pulito; chi ne uscirà vivo.

1981 – Indagine a New York – ruffianello nel titolo italiano – non è un poliziesco in senso stretto, a dispetto del ritmo ben diluito delle quasi due ore: più incline al tormento noir che all’action, sa sì concedersi un inseguimento mozzafiato tra strade e sterrati della Grande Mela, ma prima di tutto si snoda come dramma morale di un imprenditore che cerca di restare pulito, benché il crimine sia una macchia di petrolio che contamina la città, il lavoro, l’albero genealogico. Se Oscar Isaac, già apprezzato in A proposito di Davis dei Coen, riesce a recitare con la maschera del Michael Corleone potenziale, è anche merito di una moglie dalle mani non pulite, la Jessica Chastain dall’aria di Lady Macbeth col taglio di capelli e il decolleté della Michelle Pfeiffer di Scarface.

Fosse solo questione di patemi morali, tuttavia, il film risulterebbe al più un’ulteriore rivisitazione, a sfondo criminale, di un tema già indagato dal regista di All is Lost e Margin Call: la reazione – e la coscienza – di un personaggio sottoposto a inattesa situazione di stress estremo. A Most Violent Year, invece, è anche un sottile gioco d’equilibrio su presagi mortali. L’aria tossica e claustrofobica del film è splendidamente assecondata dalla fotografia e dall’ambientazione: gli interni spaziosi ma soffocanti, domestici e non, dove si consumano in ostinata penombra timori, minacce, trattative; gli esterni stinti come un muro scrostato, invernali, in cui i lividi delle aggressioni fisiche si confondono nell’atmosfera livida, e il bianco della neve – chissà perché – non sa di candore. Non è solo questione di tono vintage, quanto di far percepire che vinti e vincitori saranno egualmente avvolti nella nebbia grigia – anche interiore – di New York. Feroce e minimale: così J.C. Chandor ha fatto emergere il lato animale della metropoli.

Antonio M.Davide V.
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