La 20th Century Fox rilascia un altro tassello del suo universo Marvel con X-Men – Apocalisse, terzo film della saga con protagoniste le versioni giovanili di Xavier, Magneto e compagnia, ambientata nel passato – qui il 1983 – ma divenuta ormai la continuity ufficiale per i mutanti. Affidandosi per la quarta volta alla regia di Bryan Singer, non si riesce a limitare i danni di una sceneggiatura (di quel Simon Kinberg già autore dello script del flop Fantastic 4) che ricade inevitabilmente nel solito errore dei film precedenti, ovvero l’accumulo scriteriato di personaggi e storyline, su un impianto narrativo di base di raro piattume.

Il film – vagamente ispirato al crossover cartaceo Age of Apocalypse (1995) – è la prova che non basta riempire lo schermo di personaggi provenienti dai fumetti per realizzare un cinecomic: una mancanza che riguarda, anzitutto, le new entry, tutte caratterizzate con estrema superficialità. Emblematica la Psylocke della pur incantevole (per fisicità e sex appeal) Olivia Munn, che ha pochissime battute e si limita a combattere per i minuti che appare in scena; per non parlare di Ciclope e Jean Grey (i poco ispirati Tye Sheridan e Sophie Turner), il cui legame non viene mai approfondito, facendone rimpiangere le versioni adulte della vecchia trilogia. Lo stesso vale per Nightcrawler (Kodi Smit-McPhee) e Tempesta (Alexandra Shipp), forse i meno peggio benché di poco spessore, mentre la delirante nemesi egiziana Apocalisse (uno svogliato Oscar Isaac) sembra il cugino de La mummia, ma non acquista mai il carisma della controparte disegnata: basta il metodo di apprendimento alla Corto circuito per far scattare la risata involontaria. Si riscontra, in generale, una tendenza a citare bovinamente il fumetto, ma sempre in maniera sbrigativa (imbarazzante la sequenza della tragedia familiare di Magneto, ennesimo espediente per far schierare il povero Michael Fassbender dalla parte sbagliata; del tutto casuale la gestione dei poteri di Jean Grey), in linea con scelte registiche, quando non derivative (l’incipit nell’antico Egitto sembra preso da Stargate), semplicemente fiacche (il noiosissimo e mal realizzato scontro finale su duplice piano fisico e mentale). L’unica sequenza un po’ divertente è quella in slow motion, a ritmo di Sweet Dreams degli Eurythmics, col Quicksilver sbruffone di Evan Peters: peccato che non aggiunga nulla a quanto già visto nel precedente Giorni di un futuro passato. A differenza che in quest’ultimo, qui non vi è poi minima traccia della riflessione sulla diversità e la discriminazione che i mutanti, per loro natura, ispirerebbero.

Se l’intenzione della Fox è quella di creare un proprio universo esteso con tutti i personaggi di cui detiene i diritti, sarà necessario un cambio di rotta anche al fine degli incassi: lo stesso pubblico non sembra più apprezzare una simile gestione senza personalità dei supereroi, infatti il risultato al box office di X-Men – Apocalisse, benché non catastrofico come quello di Fantastic 4, è stato comunque (e giustamente) inferiore alle aspettative. Non a caso lo stesso Hugh Jackman vorrebbe un più audace Wolverine 3 Rated R, sulla scia del coraggioso Deadpool.

Davide V.
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Geek autodidatta cresciuto fra Lucca e Venezia, vive su una DeLorean in bilico spaziotemporale tra passato e presente, tra fumetto e cinema.

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